Single a 40 anni

C’è un decennio della vita, meraviglioso e ricco di promesse, che ci traghetta dalla incoscienza della gioventù alla consapevolezza ansiogena dell’adultità.

E’ quello tra i 30 e i 40 anni.


Per me è stato così: un turbinio di emozioni, speranze di vita e delusioni cocenti, divertimento e spensieratezza ma anche relazioni nuove, impegno professionale, dolori famigliari.


Poi, un giorno dopo l’altro, un’estate che cede il passo all’autunno e così via, si giunge alla fine del fatidico decennio.


Ed inizi a far caso ad una serie di sensazioni che, subdolamente, cominciano ad insinuarsi nelle pieghe, morbide e organizzate, della tua vita.


La mattina ti svegli e, subito dopo aver capito dove ti trovi o perché ci sei finita, provi una stilettata esattamente tra cuore e bocca dello stomaco: la prima piccola pugnalata della tua coscienza che ti dice: “stai perdendo tempo”.


Subito dopo un fugace pensiero alle tue amiche che hanno già archiviato il periodo di “confetti e vestito da sposa” o quelle che frequentano il corso del corredino perfetto perché in dolce attesa mentre tu ancora pianifichi strategie fallimentari su come far capitolare definitivamente il tuo fidanzato narcisista e, soprattutto, decisamente infantile.


Il secondo campanellino d’allarme arriva all’improvviso, nel bel mezzo di una tiepida sera di primavera quando, finalmente, ci siede all’aperto in una delle piazze più cool della città e speri di goderti il tuo sacro mojito, tra una sigaretta e l’altra, buttando un occhio qua e là nel parterre di maschi ammiccanti.


E chi incrocia il tuo sguardo? Gli occhi vispi e saettanti del fratellino piccolo della tua amica di infanzia che, nel frattempo, è diventato un giovane virgulto, tutto muscoli e ormoni, e, in quel preciso momento, l’immagine che visualizzi è quando al mare lo accompagnavi a fare il bagno con il salvagente a forma di paperotto!


Improvvisamente realizzi che tutta quella bella gente ha un’età media di circa 10/15 anni meno della tua...


Ultimo ma, forse, più devastante è il segnale del declino fisico. La consapevolezza arriva di notte, nel bel mezzo della festosa bolgia discotecara: all’una di notte già arranchi e ti prometti di resistere almeno fino alle tre; quando sono le due ti chiedi come uscire elegantemente senza fare la figura della mollacciona, dopo dieci minuti rompi gli indugi e con una scusa te ne torni sollevata a casa.


A questo punto della situazione occorre una sana e necessaria presa di coscienza: sei cambiata, la vita è cambiata, il sole all’orizzonte non ha più raggi perpendicolari ma obliqui.


Questo momento, tanto temuto, è in realtà il vero punto di partenza; tutto il tempo impiegato a capire gli altri, ad accomodarsi nelle situazioni che, di volta in volta, si palesavano, tutta la fatica per trovare la propria identità e rimandarla correttamente all’esterno è il lavoro fatto; quel lavoro continuo, logorante, perturbante, esaltante, a volte deprimente dei vent’anni che, poi, si è prolungato a trenta e giù fino a quaranta è cosa fatta, capo A.


Ora arriva la fase di comprendere i propri desideri, quelli più profondi, quelli più veri; i desideri sommersi dal “devo fare” e “devo dire” ora possono finalmente emergere.


Ognuna di noi sa di averli e sa come realizzarli: quaranta anni è l’età dell’ascolto del nostro essere più intimo e se quei desideri sono veri, è il momento di dargli forma.


Qualunque essi siano.


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